Appunti per una “Palombella azzurra”. Serve la grande politica

La storia rischia di ripetersi a parti rovesciate. Se oggi uno scanzonato regista di destra girasse “Palombella azzurra” e gridasse in piazza “con questi dirigenti non vinceremo mai più” toccherebbe a lui, stavolta, ottenere l’overbooking di consensi. Dopo il trionfo di Renzi il pendolo dello sconfittismo ha fatto il giro di campo e adesso occupa stabilmente le tende dell’esercito rivale, un tempo imbattibile, oggi scomposto e smarrito. di Ferdinando Adornato
18 AGO 20
Immagine di Appunti per una “Palombella azzurra”. Serve la grande politica
La storia rischia di ripetersi a parti rovesciate. Se oggi uno scanzonato regista di destra girasse “Palombella azzurra” e gridasse in piazza “con questi dirigenti non vinceremo mai più” toccherebbe a lui, stavolta, ottenere l’overbooking di consensi. Dopo il trionfo di Renzi il pendolo dello sconfittismo ha fatto il giro di campo e adesso occupa stabilmente le tende dell’esercito rivale, un tempo imbattibile, oggi scomposto e smarrito. Salvini e Meloni inseguono il comodo marketing antieuropeo. Alfano & Co. sbandierano il superamento del berlusconismo ma hanno capito che tuttora, senza Berlusconi, si è destinati alla marginalità. Dentro Forza Italia non si placa la guerra civile. Nessuno sa quale progetto comune possa davvero riaccendere pensieri e partiti. E, di solito, ripicche e rancori scandiscono solo il tempo della dissoluzione. Piaccia o non piaccia, la cruna dell’ago è sempre Silvio Berlusconi. E non è facile trovare il cammello giusto. Non solo perché detiene ancora il più consistente pacchetto di voti, ma anche perché è lui, nel bene e nel male, la storia del centrodestra, il suo inventore e mentore. Eppure oggi la notte è senza stelle anche per lui. Continua a barricarsi dietro quell’“après moi le déluge” che trasformò il lungo regno di Luigi XV nell’anticamera della rivoluzione ma, cristallizzando così i suoi pensieri, corre solo il rischio di passare dall’albo degli inventori a quello dei dissipatori. Non bastano più i palliativi o gli arcinoti barocchismi dei “mille club per mille azzurri”. E’ sfibrante la cavalleria rusticana con Fitto o Alfano. E’ pura commedia dell’arte la “nouvelle liaison” con Salvini. Il piccolo cabotaggio non s’addice a salvare una storia che comunque è stata grande.

Si può sottrarre il centrodestra all’auto-antologia di “Spoon River” che va componendo solo tornando a frequentare la grande politica. Ebbene, il suo vocabolario, alla voce “per uscire dall’angolo”, suggerisce due mosse strategiche. La prima: annunciare l’appoggio esterno al governo Renzi. Magari, con colpo a effetto, poco prima dell’inizio della presidenza italiana dell’Ue. Sarebbe una svolta di indiscutibile valore politico e simbolico. Significherebbe, pur mantenendo piena libertà di movimento, tornare a privilegiare quell’interesse nazionale che ha spinto moltissimi cosiddetti “moderati” a votare Renzi e riprendere, dunque, a “parlare” con loro, oltre che con le forze di centrodestra che già sostengono il governo. Dare ancora più forza all’Italia in un momento delicato, uscendo dalla gabbia in cui ci si è autoreclusi dopo la rottura con Letta. Rendere più credibile l’accordo sulle riforme. Significherebbe, infine, non restare spiazzati dalle battaglie del premier contro sindacalismi e corporativismi di sinistra (Rai docet). Non era questo uno degli asset del centrodestra?
[**Video_box_2**]
Del resto: è chiaramente un calcolo sbagliato appollaiarsi sulla riva del fiume sperando di lucrare sull’eventuale fallimento di Renzi. Ogni inciampo del leader Pd, infatti, esonderebbe nella sfiducia politica, non nel voto al centrodestra. Oggi in Europa si fronteggiano tre grandi aree, la conservatrice (Merkel) la riformista (ora guidata da Renzi) la ribellista antieuropea (Le Pen, Farage, Grillo). Che senso ha, allora, flirtare con la Lega, o tenere ambiguamente il piede in due scarpe, quando è del tutto evidente che l’unico futuro possibile per l’Italia, e per lo stesso centrodestra, sta nel prevalere dell’area riformista? Non capirlo significa rinunciare fin d’ora a essere forza di governo oppure, peggio, puntare sul serio sulla fine del “sistema euro”. In entrambi i casi non si vede quale credibilità dovrebbe avere il centrodestra.

E veniamo alla seconda mossa: interrompere ripicche e tattichette lanciando un nuovo orizzonte strategico: il Partito della libertà. Europeista, popolare, liberale. Per carità, non certo il bis del vecchio Pdl, annessionista e cesarista, semmai la consapevole imitazione del percorso del Pd. Si può nominare un’Assemblea nazionale di cento persone (tra partiti, associazioni, cultura) assegnandole il compito di scrivere il manifesto politico, concordare le regole di convivenza e convocare una Convenzione costituente. Tremila delegati sul territorio che, a loro volta, decidano le primarie per la nomina del segretario. Solo così un giorno potrà nascere un “Renzi di destra”. Può sembrare una fuga in avanti, ma in realtà è una fuga indietro, perché il Pd è già arrivato al traguardo. E’ invece illusorio porsi l’obiettivo di una nuova coalizione. In primo luogo perché sarebbe comunque rabberciata: tra filo euro e anti-euro l’accordo è impossibile. In secondo luogo perché, tra Renzi e Grillo, la vecchia coalizione, appena riverniciata, sembrerebbe materia d’antiquariato. Un accordo tra nomenklature sconfitte. Solo un nuovo grande progetto politico può riaccendere l’entusiasmo (e il voto) del popolo di centrodestra. Personalmente, mi sono già iscritto da solo a questo Partito sulle colonne del Foglio nel mese di aprile. Il voto europeo mi sembra abbia confermato le mie tesi. Certo, guardando allo stato dell’arte del centrodestra so che si tratta solo di un’utopia, ma non voglio per questo sottacerla. In ogni caso, affinché questo orizzonte possa almeno delinearsi, è evidente che non basta la pur lodevole intenzione di “unire i moderati” delle forze più piccole: deve essere Berlusconi a lanciare il sasso nello stagno. Sta qui, appunto, la cruna dell’ago. Il fatto è che, da sempre, per il Cavaliere, la sola parola “delega” (per non parlare della famigerata “successione”) suona come sinonimo di cicuta. E il suo mito, si sa, è Erasmo non Socrate. Eppure proprio con parole come queste deve ormai fare i conti se non vuole disperdere il patrimonio accumulato negli ultimi venti anni. Ebbene, può farlo senza pensare di bere la cicuta? Forse sì, ma a condizione di riemergere dal bunker di paura in cui sembra asserragliato, recuperando il suo antico istinto di innovatore. In realtà non ci sarebbe bisogno di scomodare Erasmo o Socrate per indurlo a riflettere su un semplice quesito: è preferibile recitare nel ruolo di “pater familias” di un nuovo partito e di una nuova classe dirigente che restino nella storia d’Italia, oppure barricarsi nel fortino di un potere solitario assistendo alla progressiva dissoluzione di quello che fu il proprio impero? Berlusconi ha, nel corso del tempo, fatto fuori, uno a uno, tutti i leader della sinistra. Ma contemporaneamente, come Crono, ha divorato uno a uno anche tutti i suoi “figli” politici. Oggi che, con Renzi, il primo gioco della torre sembra concluso, forse deve porre fine anche al secondo.
di Ferdinando Adornato